Teoria della classe disagiata, Raffaele Alberto Ventura.

Con Teoria della classe disagiata, Alberto Raffaele Ventura entra a gamba tesa nel dibattito sulla crisi del ceto medio, e tratta in modo non convenzionale il tema del diritto all’autorealizzazione dell’individuo, la fallacia del nostro sistema educativo, lo stimolo dei desideri nella società dei consumi, e la fila sempre più lunga davanti all’ascensore sociale.

Il discorso filosofico di Teoria della classe disagiata prende le mosse da un concetto formulato da Thorstein Veblen nell’America degli anni Venti: quello di classe agiata. Se alla classe lavoratrice tocca il compito di produrre, nella divisione dei compiti necessaria al funzionamento del corpo sociale, ce n’è un’altra a cui spetta spetta lo sciupìo onorifico delle risorse.

Libera dall’incombenza quotidiana di guadagnarsi da vivere, la leisure class è animata da una forma particolare di desiderio: l’invidia sociale. Nella lotta per salire i gradi della gerarchia, l’acquisto e l’ostentazione di beni di prestigio diventa un’insegna del proprio potere. Per quanto possa sembrare odioso, agli occhi di un economista come Keynes quello dell’invidia sociale è un circolo virtuoso: lo spreco fa correre il PIL, il consumo dei beni è funzionale alla loro ri-produzione e diffonde ricchezza tramite i servizi.

Se ai tempi di Veblen poteva essere il palchetto riservato alle prime della stagione lirica cittadina, la collezione di privata di opere d’arte o il tempo per studiare il sanscrito, oggi, in un momento storico in cui la merce preziosa è il lavoro, i beni posizionali per eccellenza sono l’educazione superiore e l’inserimento nel mondo lavorativo.

A me è sembrata questa l’idea centrale del libro: Raffaele Alberto Ventura fa un paragone tra la classe agiata di Veblen e il ceto medio odierno individuando nel desiderio di scalare la gerarchia sociale un comun denominatore e nel sistema educativo la chiave di volta di una cultura che tende a produrre consumatori in quantità industriale.

Con un’enorme differenza tra gli anni Venti e oggi: il sistema italiano è ben oltre la bancarotta e l’odierna leisure class non ha né le risorse degli anni Venti, né quella dei Cinquanta, né degli Ottanta.

Nell’arco di  un secolo, sembra voler sostenere l’autore, l’ideologia keynesiana dell’indebitarsi per spingere i consumi, è penetrata nel cuore del sistema intaccando i nostri presupposti culturali fino ad arrivare al modo in cui noi percepiamo noi stessi e il nostro diritto allo studio: siamo stati educati ad essere consumatori culturali all’interno di un circolo ideologicamente considerato virtuoso.

Non solo ai nostri genitori è parso giusto indebitarsi per farci fare il salto sociale promesso da un’educazione di livello superiore, ma noi stessi (‘noi’ intesi come esponenti della X Generation, Millenials, Generation Z, in definitiva noi beneficiari di attenzioni ed istruzione senza pari nella storia dell’umanità) siamo cresciuti in una narrazione epocale che ci ha confermato l’importanza dei nostri sogni: noi, leisure class, abbiamo il diritto di vedere esauditi i nostri desideri.

Alla luce dei fatti, però, non esiste un collegamento di causa effetto tra i nostri studi umanistici e quel lavoro di editor in quella rivista che tanto ci piace. Per una miriade di fattori, il principale dei quali è che l’educazione è accessibile a tutti (almeno in Italia) ma il posto di lavoro che tanto desideriamo è oggi un bene scarso e posizionale. C’è l’asta per accaparrarselo.

L’effetto Veblen, così distorto dalla scarsità, produce una situazione di tutti contro tutti: la gara per l’avanzamento sociale, per il prestigio, sembra il segno distintivo dello spirito dei tempi ed è senza dubbio lo spirito del capitalismo darwinista in cui nuotiamo. E se la regola dice che uno su cento ce la fa, di solito tu come estrazione sociale stai nel mazzo di quelli che sucano.

Il sentimento del disagio che contraddistingue una fascia trasversale di individui, dai neolaureati ai figli di papà, si configura dunque come un piagn-hipste-o da persona quasi alla moda, quasi benestante, quasi realizzata. Un sentimento di fondo che oscilla tra la disillusione fanciullesca e la rabbia per una promessa non mantenuta, tra l’invidia sociale per chi sta meglio e l’esternazione della propria miseria interiore.

Teoria della Classe Disagiata ha il merito di svelarci la nostra ridicolaggine, il nostro narcisismo, il nostro bovarismo prezzolato. Raffaele Alberto Ventura scrive un libro spietato, tragico, guidato da un eccezionale shit-detector. Il risultato migliore di questo libello satirico è smascherare i luoghi comuni più subdoli della società dei consumi: l’istruzione è buona in sé e ci arricchirà; realizzare i propri sogni è un diritto inalienabile; ottenere uno status sociale ci renderà felici. Forse il vero punto di forza di questo libro sta nel calcio alle palle del nostro ego che, pagina dopo pagina, ci viene nostro malgrado assestato. E se la nonna ci aveva pur avvisato che la felicità non è in vendita, ciò che sembra voler dire l’autore è che l’ingenuità non è più qualcosa che possiamo permetterci.

E, però, non sono pochi i dubbi che sorgono leggendo il testo:

  1.  Sarà che sono sostazialmente un Homo Non Economicus, ma a me pare che la morale tragica di questo libro venga dal tipo di cornice narrativa scelta per raccontare lo stato delle cose: mettere il denaro sull’altare non può che creare depressione e infelicità, perché quello dell’economia è sempre un gioco che deve avere quanto meno la parità di bilancio. Di solito, però, il capitalista si aspetta di guadagnarci. Siamo sicuri che le somme di un discorso sulla depressione da debito pubblico e fallimento generazionale non possano che essere tratte alla luce di Keynes e Marx?
  2. Questa economia del desiderio, chiamiamola così, è davvero ineluttabile? Capisco lo stravolgimento di Deleuze-Guattari e di Baudrillard, ma non è meccanicistico pensare che il sistema strofina la nostra lampada di Aladino e il genio che caccia i denari esce automaticamente? Amazon ci sciorina sotto il naso quel pollo e noi prima o poi dobbiamo comprarlo? Non esiste alcun lavoro su noi stessi che possiamo fare per modificare il nostro desiderio (non fosse altro che l’accettazione della realtà)? In altre parole, non esiste libero arbitrio?
  3. Se si ragiona su un piano astratto, parlare di classe e invidia sociale ha senso. Ma più questo modello viene calato nel reale, più aumentano le varianti. E più si va sul personale, più il lettore ha il diritto di smarcarsi e dire, Be’, ma io non faccio parte di quella leisure classe di cui parla Veblen, a tre anni dalla laurea io guido un Uber di notte e sul sedile davanti, dove non si siede il cliente, ci metto sempre una copia di qualche bel libro; in un mondo che ragiona in termini di homo homini lupus, mi stai dicendo che è il mio dottorato sul Tito Andronico di Shakespeare il problema?